DALLA PREISTORIA AGLI ULTIMI DECENNI

Le più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio Iglesiente risalgono al periodo Neolitico (2000 a.C.). Sul colle Buon Cammino, sul monte Casulla e a Monteponi sono state trovate frecce di ossidiana e a San' Benedetto la necropoli di Montixeddu. Nel periodo del Bronzo sono stati trovati anche ossa umane. Frammenti ceramici e altri oggetti metallici a Corongiu. All'età del Ferro risalgono: una capanna nuragica ai piedi del Marganai e un'altra nel Buon Cammino, un nuraghe a Genna Mustazzu e una tomba dei giganti a Punta Tintilonis. E' accertata la presenza di Fenici (700 a.C.), Cartaginesi (500 a.C.) e sono assai comuni le testimonianze romane: la zona era attravesata , da Nord a Sud, dalla strada occidentale che da Tibula (S. Teresa di Gallura) giungeva a Sulci (S. Antioco) e di cui ci è rimasto il ponte Canonica, ora sommerso nel lago artificiale Corsi. Il centro romano più importante era localizzato a Corongiu, a Sud di Iglesias. La storia di Iglesias è sempre stata strettamente legata allo sfruttamento delle miniere: Fenici, Punici e Romani sono stati molto interessati allo sfruttamento intensivo di tali ricchezze e con la decadenza di Roma, si giunse a una crisi di tutta la regione mineraria. Bisognerà aspettare ai primi secoli dopo l'anno 1000 per ritrovare un interesse allo sfruttamento delle miniere da parte della società mercantile che si appoggiava alle repubbliche marinare. Il nome della città di Iglesias data da poco tempo, dappoichè essa era dapprima denominata Villa di Chiesa, e anche Villeclesia.
L'origine non è nemmeno remota, fissandone gli storici la fondazione durante il medio evo. Il più antico documento in cui si trova menzionata Villa di Chiesa rimonta al sec. XIII e si trova conservato nella chiesa di S. Lorenzo di Genova con la data del 5 luglio 1272. Secondo la quasi totalità degli scrittori, Villa di Chiesa deve la sua origine - non si offendano gli Iglesiensi perché il nascere è…un caso - ad un'accolta di uomini che avendo dei conti con la giustizia, si erano radunati nelle gole di quei monti per non caderne nelle mani. Ivi furono raggiunti da soldati di ventura e da altre persone recatesi per lavorare nelle miniere di cui i conti di Donoratico, nuovi padroni di quella regione, avevano accentuato lo sfruttamento. E sarebbero stati appunto costoro a tollerare e, sotto qualche aspetto, a fomentarne il concorso mediante il diritto di asilo. Con le nuove costruzioni sorsero chiese in così grande numero da fare prendere il nome al centro abitabile. La popolazione divenne in breve tanto numerosa che il paese fu considerato come uno dei più importanti del giudicato di Cagliari. Al tempo dello splendore delle repubbliche marittime italiane la città si trova denominata Villeclesia Argentaria, avendoli i Pisani aggiunto il secondo nome non tanto per l'argento che, sia pure in modeste proporzioni, si trovava nelle miniere del luogo, ma perché allora il piombo, che si scavava nelle miniere stesse, prendeva il nome di argentiere.
Le note lotte tra Genova e Pisa si ripercuotevano anche in Sardegna. L'isola, che si reggeva in quattro governi autonomi (giudicati), era fatta segno ad imposizione da parte delle due repubbliche, e spesso diventava campo di battaglie che avvenivano anche tra i limitrofi giudicati, in lotta tra loro. Pisa, nonostante la disastrosa sconfitta navale della Meloria (1284) conservava in Sardegna i possedimenti che aveva conquistati nel 1254 ad opera dei conti della Gherardesca, coadiuvati dai giudici di Arborea e di Gallura, mossi tutti contro il giudice di Cagliari. Dopo la vittoria degli alleati, il territorio conquistato fu diviso in tre parti, quanti erano i vincitori, metà del territorio assegnato alla repubblica, e così divennero signori del Cixerro e del Sulcis. Villa di Chiesa passò, quindi, sotto ai Gherardesca, detti anche Donoratico, come sarà rilevato in seguito. Avvenuta nel 1288 la tragica sorte del conte Ugolino, suo figlio Guelfo, che si trovava in Sardegna quale rappresentante la Signoria del padre, prevedendo che i Pisani non lo avrebbero risparmiato, fortificò Villa di Chiesa, dove fu raggiunto dall'altro fratello Lotto, riscattatosi dalla prigionia dei Genovesi. La città fu subito assediata dai Pisani coadiuvati da Mariano, giudice di Arborea, e fu presa quasi senza resistenza per essere stata abbandonata dai difensori che uscirono da una delle porte mentre il nemico entrava per le altre. Guelfo nella fuga cadde da cavallo e rimase ferito in tal modo che poté essere raggiunto e fatto prigioniero dai Pisani, i quali di poi lo liberarono mediante la cessione del castello di Acquafredda. Di questo sarà tenuta parola nel capitolo riflettente Siliqua, nel cui territorio si trova. Nel 1302 tutti i domini dei Gherardesca in Sardegna passarono in potere dei Pisani, i quali smantellarono le fortificazioni di Villa di Chiesa e della vicina Domusnovas. Non contenti, però, di avere esteso il territorio che colà avevano, mirarono alla conquista del giudicato di Arborea, nonostante che, come si è detto, ne fossero stati coadiuvati contro il giudice di Cagliari. Ma Ugone, che di tale giudicato era a capo, considerato di non potere lottare da solo, chiese ed ottenne l'intervento armato di Giacomo, re di Aragona. Una flotte di sessanta galee fu affidata all'infante Alfonso, il quale, il 15 giugno 1323 giunse nel golfo di Palmas, dove sbarcò l'esercito che mosse all'assedio di Villa di Chiesa, messa in stato di difesa da ben venti torri, da mura, da fossati e da altre opere minori. L'insalubrità dell'aria mise a dura prova l'esercito assediante che veniva decimato dalle febbri malariche, non cessate nemmeno per il sopraggiungere dell'autunno e dell'inverno. Lo stesso infante e la sua consorte non ne andarono esenti. Dall'altra parte il lungo assedio faceva difettare i viventi degli assediati. In tale stato di cose si giunse al 6 febbraio, giorno in cui essi, non potendo ulteriormente attendere i soccorsi che erano stati loro spediti, aprirono le porte all'esercito aragonese gia privato di ben dodicimila soldati, periti più per malattia che per freddo. Il vincitore non abusò della vittoria, anzi concesse alla città diversi privilegi. Gli Aragonesi passarono alla conquista dell'intero giudicato di Cagliari che costruirono un feudo alla loro dipendenza.
Nel 1436 fu, venduta, sia pure col patto del riscatto, dapprima all'ammiraglio Antonio De Sena, visconte di Sanluri, e di poi a Gustavo Carroz.In seguito ad altra sommossa, verificatasi nel 144, gli abitanti ottennero gli antichi privilegi, ma dopo appena cinque anni il re Alfonso IV vendette la città ad Eleonora Manrique per la somma di 7750 lire sarde. I cittadini, secondando il loro sindaco Andrea Moncada, riunirono la stessa somma che versarono alla feudataria, e così ottennero di essere dichiarati liberi, come da atto dell'8 febbraio 1450. Fu allora che Iglesias prese per stemma uno scudo sbarrato avente, nella parte superiore, delle monete d'oro, messe appunto per ricordare essersi riscattata con moneta propria. Il sacrificio pecuniario non portò alcun vantaggio perché si riscontra essere la città passata novellamente in feudo all'accennato Carroz. Dopo la battaglia di Uras (1470) fu sottoposta al marchesato di Oristano, ma, vittoriosi ancora una volta gli Aragonese nella battaglia di Macomer, riebbe gli antichi non desiderati dominatori.
Niente di notevole presenta la storia si Villa di Chiesa o di Iglesias, che dir si voglia, essendo essa comune a quella di tutta la Sardegna, passata in potere degli Spagnoli dapprima nominalmente (1479) per il matrimonio di Ferdinando II di Aragona con Isabella di Pastiglia, ed effettivamente nel 1516 quando, per la morte del re, salì al trono il nipote, ex figlio, Carlo, che cinse di poi la corona imperiale. Alla morte di Carlo II, avvenuta nel 1700, sorsero diversi pretendenti a contendersi la successione; la guerra che ne seguì finì col trattato di Utrecht (1713) e con quello di Rastadt (1714), per effetto dei quali la Sardegna passò agli Austriaci. Il re si Spagna, Filippo V, la riconquistò nel 1717, ma dovette cederla alla quadruplice alleanza che gli si era formata contro, riuscendo vincitrice.

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